SANTUARIO ERCOLE VINCITORE
FANUM HERCULES VICTOR
di Ilaria Morini

L’immenso ed imponente monumento, conosciuto a lungo sotto il nome erroneo di “Villa di Mecenate”, era situato nell’area occupata, fino a qualche tempo fa, dalle Cartiere Tiburtine. Fuori le mura della piccola, ma potentissima, Tibur, si ergeva un edificio, tanto grande da contenere, virtualmente, nel suo recinto il famoso Anfiteatro Flavio (alias Colosseo): il fanum Hercules Victor, santuario dedicato ad Ercole Vincitore (Hercules Victor), divinità protettrice dei commerci (soprattutto olio e bestiame) e, ovviamente, di Tivoli.
In quel punto la via Tiburtina, attraversava un angusto altopiano, prima di ricominciare la scalata verso l’arx tiburtina (collina) e raggiungere la porta settentrionale, attraverso la quale avveniva, in origine, l’ingresso in città. Si tratta di una posizione eccezionale, naturalmente privilegiata per un mercato, dipendente dalle vie di traffico, che collegavano, fin dalla protostoria, il Latium vetus e la ‘pianura romana’, con il Sannio e le aree appenniniche interne, abitate da stirpi italiche. Tivoli, è situata in una posizione chiave, sul passaggio obbligato di guado dell’Aniene, sul quale vigilava l’Acropoli della città.
Ma la via romana non faceva altro che sistemare un percorso protostorico, praticato da tempo immemorabile dalle greggi transumanti, che hanno seguito gli stessi itinerari praticamente fino ai nostri giorni.
È in epoche lontanissime, che dobbiamo collocare la nascita e lo sviluppo di un luogo di sosta e di scambio, al confine tra due importanti regioni storiche, sotto la protezione e la garanzia della divinità italica delle greggi e dei pastori: Ercole Vincitore.

Nella costruzione repubblicana, si dovette conservare l’originaria dislocazione di questi antichissimi mercati, di cui uno doveva, anche allora, affiancare sui due lati la via Tiburtina. Tale strategica scelta individua anche un esempio di mercato “pre-monetale”: dove riunirsi e scambiare i prodotti dei campi e dell’allevamento.
Infatti, il grandioso santuario tardo-repubblicano, occupa la sede di un antico mercato di ovini (forum pecuarium), peraltro, di questa origine pastorale e mercantile, conserverà tracce evidenti, pur sotto l’imponente rivestimento delle nuove forme architettoniche.

Nelle forme attuali, particolarmente imponenti, si tratta di una costruzione tardo-repubblicana, realizzata nel corso dei primi decenni del I sec. a.C., come si può dedurre dalle fonti architettoniche ed epigrafiche. Si tratta di uno tra i più vasti complessi del genere mai realizzato nell’Italia centrale, monumento di un traffico economico, nonché di un culto importantissimo. Copriva una superficie di un quadrato di circa duecento metri per lato, disposto su più piani. La sua ardita e, per certi versi innovativa, costruzione, fu il prodotto di abilissimi architetti, che dovettero risolvere problematiche complesse, tra cui:
1. dove far passare la strada che s’inerpicava sul colle tiburtino;
2. come superare i burroni del sottostante fiume Aniene.
Il primo problema fu risolto genialmente, facendo passare la via pubblica sotto la piattaforma del santuario, creando una lunga via tecta, la cui illuminazione era garantita da quattro lucernari aperti nella volta a botte, che si rivelarono utilissimi, in fase di costruzione e restauro, per calare blocchi e materiale vario da costruzione.
Il secondo, con la realizzazione di potenti arcate: le sostruzioni, giacché, per ricavare l’ampio terrazzamento, che costituisce il piano su cui poggia il vero e proprio tempio, fu necessario realizzare ciclopici sostegni, che raggiungono la massima altezza lungo il lato nord-ovest, in direzione dell’Aniene.
Il Santuario è composto dunque da due parti :
1. l’enorme basamento sorretto da sostruzioni che inglobò la via Tiburtina;
2. l’area sacra vera e propria

A livello sotterraneo, in corrispondenza della via tecta, lateralmente si aprono numerose porte ad arco che permettono l’accesso a botteghe, taberne e depositi per l’immagazzinamento di merci sfruttate per l’attività primaria del Santuario: lo scambio.
Il livello superiore, coincide con il livello della terrazza-panoramica, su cui sorge il vero e proprio santuario.
All’esterno questo si presentava con due altri piani, corrispondenti ai portici chiusi e aperti, che lo recingevano su due livelli: il primo consistente in una serie di archi a tutto sesto inquadrati da un ordine di semicolonne doriche, il secondo di cui purtroppo non resta nulla, che doveva fungere da terrazza belvedere. Dietro si sviluppava una galleria voltata. Si comprende chiaramente come l’idea architettonica di disporre su due livelli le diverse funzioni, sia una strategia, anche dal risvolto sociale, oltremodo significativa: al piano inferiore, le strutture relative al commercio, mentre al piano superiore, con disposizione ben più monumentale e solenne, si dislocano gli edifici correlati con il culto.
In base a tale elementi possiamo tentare una virtuale ricostruzione dell’aspetto esteriore:
un grande piazzale, circondato da tre lati da portici a più piani, aperto sul fronte, che guardava la campagna romana;
un teatro sistemato su questo quarto lato libero;
un tempio addossato alla parte opposta del teatro.

Sulla terrazza, ossia lo spazio compreso fra il portico e il tempio, anticamente era occupato da alberi, definendo un vero e proprio lucus (= bosco sacro; radura artificiale), di olmi, albero sacro ad Ercole, non dissimile da quello documentato archeologicamente nel Santuario di Giunone a Gabii (sulla Via Prenestina) e in altri complessi romani e laziali. Proprio su questa terrazza doveva esservi un’altra “foresta” quella di statue, colonne e donaria (doni) offerti da celebri ed influenti personaggi le cui iscrizioni sono essenziali per ricostruire la storia del complesso, come hanno dimostrato i ritrovamenti degli scavi ottocenteschi. L’intento scenografico degli architetti è palese, come del resto lo è, il fatto che la sua faraonica imponenza doveva colpire coloro che venivano da Roma, i quali salendo sull’arx tiburtinus, sarebbero rimasti suggestionati da tanta grandiosa magnificenza.
IL TEMPIO

All’interno del tempio, nella cella era posta la statua di Hercules Victor o Invictus, la massima divinità della città antica. Tanto era diffuso e sentito questo culto, che spesso gli autori classici, tra cui Orazio, definiscono Tibur: Erculea.
Ercole si è detto era il nume tutelare delle attività commerciali tiburtine, dal commercio di bestiame alla produzione dell’olio, alla transumanza delle greggi, non dobbiamo omettere, però, l’accezione militare che derivava da una tradizione antichissima e legata ad una vittoria dei Tiburtini sugli Equi.
Tutto ciò è confermato dalla presenza dei Salii, sacerdoti preposti al culto dell’Hercules Victor tiburtino che in realtà nacquero quali ministri del culto di Marte. Erano proprio i Salii gli attori principali della cerimonia in onore di Ercole, che si svolgeva nelle idi di Agosto (ossia nei giorni 12 e 13), i quali, come ci viene ricordato anche da Virgilio nell’Eneide (VIII, 280) rivestiti di pelli ed armati, con le tempie cinte di rami di pioppo e recando in mano fiaccole accese, cantavano le lodi di Ercole, divise in due schiere, dei giovani e degli anziani. Il tempio dominava il centro dell’area sacra, era di dimensioni straordinarie, giacché innalzato su un alto basamento (65x40 metri) e raggiungeva l’altezza complessiva di 25 metri: una sorta di faro per i mercanti provenienti dalla pianura romana in carovana diretti verso il Sannio. Sulla fronte, una scalinata doppia con due fontane decorate da piccole statue di Ercole, permetteva l’accesso sull’alto podio del tempio arricchito da colonne solo su tre lati (otto sulla fronte e dieci sui fianchi).
La cella maestosa con colonne addossate alle pareti aveva una nicchia sul fondo per la statua di culto (rappresentata seduta) ed ambienti laterali per arredi sacri. Da una scaletta, si poteva scendere in un ambiente sotterraneo, rispetto alla cella, dove probabilmente si collocava l’oracolo di cui parlano le fonti.
IL TEATRO
Tremila e seicento spettatori, comidamente seduti sulle gradinate della cavea, potevano assistere alle rappresentazioni collegate all’epopea di Ercole, nel teatro del santuario. Riportato alla luce negli anni Ottanta, si conservano la cavea che misura 65 metri di diametro con gradinate suddivise in settori, i due accessi laterali e il proscenio. In età augustea fu ingrandito e dotato di nuove decorazioni.
Il legame tra rappresentazione teatrale e religione è sempre stato molto stretto: il binomio esiste fin dall’origine delle rappresentazioni sceniche. Spesso il santuario stesso ha un aspetto scenografico, giacché vengono sfruttati i diversi terrazzamenti del declivio di un colle con il tempio nella parte superiore e il teatro in quella inferiore, soluzione che si ritrova soprattutto nelle grandi città ellenistiche. In Italia centro meridionale questa tipologia si diffonde nel I-II secolo a.C.
I grandi santuari del Lazio: di Giunone a Gabi, di Ercole a Tivoli e della Fortuna Primigenia a Palestrina, eretti tra il II e il I a.C., presentano tutti una solenne gradinata semicircolare di accesso al tempio, senza tracce di un vero e proprio palcoscenico, che tuttavia poteva essere montato in modo provvisorio (ad esempio, realizzandolo in legno), durante le festività religiose.
Il Santuario d’Ercole Vincitore costituisce uno degli esempi più noti in ambito laziale del modello architettonico “teatro-tempio” (documentato anche nel Sannio e in Campania). Il modello è di sicura derivazione dal mondo greco orientale, come rivela il manifesto esempio di Pergamo; in tal caso si ha un complesso architettonico costituito dalla Reggia, dall’edificio di culto, cui si collegano il Museo e la Biblioteca e dall’insieme teatro-ginnasio, dove avevano luogo le cerimonie connesse all’adorazione del sovrano.
Chi sostenne le spese per la costruzione del santuario? Grazie ai dati epigrafici in nostro possesso, possiamo rispondere: l’intera comunità tiburtina, diretta da un Senato, che eleggeva i quattuor viri, i quali quindi agivano sempre in seguito ad esplicita decisione del senato stesso (de senatus sententia; senatus consulto). Il collegio dei quattuor viri a realizzare prima la via tecta poi tutti gli altri elementi del complesso architettonico. Il periodo più intenso dei lavori dovrebbe essere stato, il secondo decennio del I sec. a.C. (87-82 a.C.).
Folle di pellegrini venivano attirate dal grandioso santuario, incrementando sia i mercati locali, sia il tesoro del tempio l’ingente thesaurus Herculis et Augusti, di cui Ottaviano Augusto, durante la guerra civile del 41 a.C. tentò di impadronirsi. Il Santuario possedeva, quindi, ingenti risorse economiche, tanto che esisteva una carica preposta alla sua gestione. Tale tesoro si avvaleva della decima parte del guadagno negli affari, che si accettava sia in denaro che in merce. Si tratta di una tradizione risalente al II secolo a.C. e che vede come protagonista un mercante tiburtino di nome M.Octavius Herennus, il quale offrì ad Ercole la decima parte dei suoi guadagni e consacrò a Roma un sacello ed una statua di Hercules Victor, quale ex voto per uno sventato assalto di pirati proprio grazie all’intercessione del la divinità.

Riassumendo: giacché il vortice degli affari era divenuto vertiginoso, si pensò di affidarne il controllo ai curatores fani Herculis, coadiuvati dai numerosi impiegati del santuario, detti aeditiu Herculis Victoris e dalla confraternita religiosa in cui si raggruppavano i Sacerdotes Salii e successivamente gli herculanei Augustales.
All’interno del santuario si trovavano anche delle biblioteche, in cui gli studiosi potevano trovare testi preziosissimi, in lingua greca o latina, cui fanno cenno anche famosi letterati antichi tra cui Aulo Gallio che, nel caso specifico, fa cenno a testi filosofici di Aristotele. Lo stesso imperatore Ottaviano Augusto frequentò il santuario amministrando la giustizia sotto i portici, nonché assistendo alle sacre rappresentazioni, durante le feste sacre ad Ercole.
Ilaria Morini x Associazione Culturale Ercole Vincitore

Gaspare Vanvitelli - Veduta di Tivoli con le cascatelle e la villa di Mecenate
Bibliografia
C.F.GIULIANI, Tibur, pars prima, “Formae Italiae”, Roma 1970
F.COARELLI, I Santuari del Lazio in età repubblicana, Roma 1987
AA.VV. Santuario di Ercole a Tivoli, Roma 1993
M.G.FIORE E Z.MARI, Tivoli.Il Santuario di Ercole Vincitore, Roma 2004
Santuario di Ercole Vincitore
Tivoli (Roma), Via degli Orti
Informazioni +39.06.39967900
AVVERTENZE: il sito è raggiungibile con i mezzi pubblici:
Tivoli via treno: linea Roma- Tivoli da Stazione Tiburtina.
Tivoli via bus: Co. Tra. L da Ponte Mammolo via Autostrada;
Tivoli via auto: A24 casello Tivoli e Castel Madama.
Per raggiungere il santuario si va solo a piedi. Disponibile il parcheggio multipiano a Largo Massimo (Villa Gregoriana).
Percorso pedonale:(20 minuti ca.) Dal parcheggio di largo Massimo si arriva, percorrendo via di Ponte Gregoriano a piazza Rivarola. Da qui si scende a destra per via di San Valerio. Si prosegue poi, sempre scendendo, per via del Colle. In vista della porta omonima si gira a destra su via degli Stabilimenti
Costi: AVVISO: Ingresso consentito solo con visita didattica a causa del cantiere
COSTO VISITA : INTERO € 5.00 GRATUITO bambini sotto i 12 anni
Orari:
Visite ogni sabato e domenica dal 25 giugno al 7 agosto 2011 alle ore 10.00 e 12.00. Prenotazione obbligatoria.
Servizi:
VISITE PER SINGOLI E GRUPPI
ore 10.00 e 12.00
lingua: italiano
partecipanti: max 40
durata: 90 min
costo: € 5,00
prenotazione: obbligatoria
INFORMAZIONI E PRENOTAZIONI
+39.06.39967900 lunedì-venerdì 9-18 sabato 9-14
